KENDO - Musoken Milano

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"Il Kendō è arrivato ai giorni nostri passando attraverso una serie di mutamenti, in sintonia con i cambiamenti della cultura, dell'ambiente e delle epoche della storia del Giappone, avvenuti nel corso di un lungo arco di tempo.
Inizialmente si voleva trovare un modo efficace per combattere tra stati e uomini.
Si cercò un metodo razionale per eliminare l'avversario, con un conseguente miglioramento delle armi e l'invenzione di tecniche da combattimento.
Il punto più alto raggiunto nel processo di sviluppo delle armi, al tempo dei Bushi, è rappresentato dalla spada giapponese, mentre il culmine nella ricerca di una tecnica di combattimento efficace forse si può riconoscere in ciò che oggi viene chiamato Kendō
In origine il Kendō aveva come scopo quello di tagliare l'avversario con una spada, oggi si colpisce un compagno con uno shinai (spada in bambù).
Sono cambiate le sue finalità, in risposta al susseguirsi di periodi di pace: non più l'uccisione di un avvversario ma processo per elevare l'umanità di chi lo pratica.
Si è passati, cioè, da setsunintō, una spada che uccide, a katsujinken, una spada che fa vivere.
Tipico del Kendō, è usare la shinai come una spada vera, e realizzare attacco e difesa in un confronto a due, carico di tensione; in quei momenti è necessaria un'attitudine distaccata e, interiormente, devono fondersi intimamente saldezza e flessibilità.
Per riuscire a prevalere nell'istante decisivo è necessario un allenamento che non si limiti a perfezionare solo le capacità fisiche del praticante, ma che si ponga il compito più difficile e complesso di armonizzare insieme corpo e spirito.
Così chi vuole praticare il Kendō, deve vincere le sue debolezze non solo, come è ovvio, durante la pratica nel dojo, ma anche al di fuori di esso, nella vita di tutti i giorni; deve sforzarsi di affinare la propria sensibilità.
Per questo in Giappone, c'è il modo di dire: "Un cuore sincero è il dojo" (jikishin kore dōjō), nel senso che ogni singolo momento del faticoso processo di affinamento di sè è il Kendō ed è anche quotidianità.
Il luogo in cui si pratica il Kendō, dunque, non è solo il dōjō in quanto edificio, ma si pensa che "il dōjō dove si pratica l'umanità di ognuno è il fatto stesso di possedere un animo onesto, puro e semplice".
Il Kendō deve essere, allo stesso tempo, severo, piacevole, gioioso, bello.
E' importante imparare con animo sincero e fare, a poco a poco, esperienza diretta, corporea, del suo fascino.
Se si continua la pratica, sicuramente qualcosa cambierà interiormente.
Il Maestro ne ha già fatto esperienza e cerca di trasmettere tale meraviglia agli allievi.
Se l'allievo arriverà a conoscere il cuore del suo Maestro, il Kendō potrà essere trasmesso alla generazione futura."

Kanzaki Hiroshi



Tratto da KENDŌ di Kanzaki Hiroshi - Ponchiroli Editori





Il maestro Amoruso in basso a sinistra nella foto di gruppo e un recente primo piano.
Nella foto sotto invece, seduto in basso a destra, è ritratto con i Maestri Miyazaki, Bellisai, Grosso, Casamassima, Menegatti e Moretti, Presidente della CIK.

Nakakura Sensei, nella foto in basso a destra.

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